Atzori, Rizzitelli, Bisoli: tre figli d’arte uniti dalla stessa maglia

Condividi

Nella foto da six: Davide Bisoli, il compagno di squadra Matias Mancini, Gianluca Rizzitelli e Alessio Atzori

Quando il calcio è un affare di famiglia. Seguire le orme dei padri e coltivare gli stessi sogni può essere un fenomeno molto comune, non c’è da stupirsi quindi se spesso vediamo i figli abbracciare le loro stesse professioni in cerca della stessa gloria. Un processo che molte volte si è applicato, con o meno successo, al calcio con esempi illustri come Maldini, Vieri o, per andare ancora più lontani nel tempo, Mazzola. Spulciando tra le rose attuali in Serie A è facile imbattersi in cognomi che evocano magici ricordi, solo la Fiorentina vanta in prima squadra due figli d’arte come Federico Chiesa e Ianis Hagi. Ma il primato assoluto è in Serie D, più precisamente alla Ribelle: non sorprendetevi quindi se ad una partita del club di Castiglione di Ravenna leggerete su tre maglie diverse Atzori, Rizzitelli e Bisoli, non proprio cognomi qualsiasi. Un vero e proprio dream team di eredi che andiamo a conoscere meglio. Loro sono Alessio, Gianluca e Davide.

 

Qual è il tuo ruolo? 

AA: Sono un difensore centrale a cui piace anche impostare l’azione, ai tempi della Spal giocavo da centrocampista poi ho arretrato la posizione.

GR: Attaccante esterno e all’occasione anche seconda punta.

DB: Centrocampista centrale ma ho iniziato come centravanti.

Quali sono i tuoi punti di forza?

AA: Forza fisica e velocità, non sarò Pirlo ma ho anche dei piedi buoni.

GR: Buona corsa e dribbling, partendo dall’esterno mi accentro per provare la conclusione o punto il fondo per mettere dentro dei cross per i compagni.

DB: Corsa e grinta, come Pierpaolo Bisoli.

Quali sono i tuoi primi ricordi legati al pallone?

AA: Ovviamente sono legati a mio padre. Da piccolo giocavamo molto insieme, io andavo a vederlo anche allo stadio o agli allenamenti.

GR: Entrai nelle giovanili del Cesena a 8 anni. Ricordo ancora quando mia madre mi disse che mi avevano preso, per un ragazzo nato lì è un sogno. Presi un pallone e iniziai a calciare come un matto per tutto il quartiere.

DB: Sono cresciuto vedendo giocare mio padre e poi mio fratello (Dimitri, oggi al Brescia) con cui poi ho giocato nel Torretta Terme.

A livello mentale quanto è più difficile diventare un calciatore con un padre famoso?

AA: All’inizio avevo paura che gli altri mi considerassero un raccomandato ma tutto quello che ho fatto l’ho guadagnato da solo, non la vivo come una responsabilità o come un peso.

GR: Sono molto orgoglioso di portare questo cognome, io devo dimostrare sul campo di meritare un posto in squadra.

DB: L’ho sempre considerato un onore, ovviamente con questo cognome devi dimostrare di più rispetto agli altri.

Che ricordi hai da bambino con tuo padre?

AA: Mi portava spesso agli allenamenti, io mi mettevo spesso in un angolo col pallone per non disturbare oppure andavo nella palestra. Ricordo che i suoi ex compagni di squadra mi avevano preso in gran simpatia, mi chiamavano Atzori junior.

GR: Purtroppo pochi, ero molto piccolo, forse qualcosa del periodo in cui giocava al Bayern Monaco. Mi ricordo quello stadio pienissimo, tutta quella gente insieme mi faceva paura e volevo scappare.

DB: Ho avuto la fortuna di poterlo vedere giocare già nell’ultimo anno a Cagliari fino a fine carriera. Anche a casa tra me e mio fratello non mancava mai il tempo per dare due calci ad un pallone.

Ti segue in allenamento o la domenica? Che consigli ti da?

AA: Si si, lui mi segue molto e spesso mi dà dei consigli oltre quelli del mister. A volte al termine di una partita, quando penso di aver fatto una bella prestazione,  gli chiedo se gli sono piaciuto e lui molto tranquillamente mi risponde “per niente”.

GR: Adesso è molto impegnato a seguire la Roma sul canale tematico ma appena trova l’occasione viene a vedermi. Con la carriera che ha avuto è impossibile non ascoltare i suoi consigli.

DB: Purtroppo allenando a tempo pieno gli è molto difficile ma ci sentiamo al telefono ogni giorno. Il consiglio che mi da sempre è dare tutto me stesso su ogni pallone.

Qual è il tuo obiettivo per questa stagione?

AA: Voglio migliorare e trovare continuità, il sogno è sempre quello di ricevere una chiamata dai professionisti.

GR: Spero di riuscire a mantenere questi livelli per tutto il campionato, personalmente ho iniziato molto bene e voglio continuare su questa strada.

DB: Sicuramente di migliorare, il resto verrà da sé. Sto recuperando da un brutto infortunio al crociato che spero di mettermi definitivamente alle spalle.

Che rapporto hai con mister Groppi?

AA: E’ più di un semplice mister, è una via di mezzo tra un compagno di squadra ed un parente. Mi ripete spesso di placare la mia istintività nelle giocate “Alessio conta fino a 10 e poi ricomincia a correre”.

GR: Devo ringrazialo per la sua fiducia nonostante ancora non avessi dimostrato niente. Mi ha riportato nel mio ruolo naturale dopo un periodo in cui mi facevano giocare da esterno basso, la mia crescita è anche merito suo (l’anno scorso 2 gol in 20 presenze, quest’anno è già a quota 7 in sole 14 partite).

DB: Groppi era vice allenatore a Cesena quando giocavo lì, è grazie a lui se oggi sono alla Ribelle e lo ringrazio tantissimo per aver creduto in me.

Qual è il momento più bello che hai vissuto da calciatore?

AA: L’ultimo anno alla Spal (era il 2014) mi convocarono in prima squadra. Era una partita di Coppa in Lega Pro contro il Venezia, giocai dal 1’ e vincemmo per 1 a 0 grazia ad un mio. Non sapevo come esultare, correvo come un matto ed abbracciavo chiunque mi capitasse davanti.

GR: il gol con la maglia dell’Hellas dopo l’infortunio al crociato. Scaricai la rabbia di 6 mesi lontano dal campo su quella palla.

DB: L’esordio in Lega Pro, un’emozione unica. Ho saputo il giorno stesso di giocare, ero molto teso ma dopo 5 minuti non ci ho fatto più caso.

Sei scaramantico? Hai qualche rituale prima di ogni partita?

AA: Una volta, prima di una partita, misi un cerotto sul polso destro. Realizzai una tripletta e da allora l’ho sempre messo.

GR: Scaramantico il giusto, cerco di memorizzare ogni cosa che faccio in allenamento e riproporla esattamente in partita.

DB: direi che non lo sono per niente.

Qual è la tua squadra del cuore e a quale giocatore ti ispiri?

AA: Tifo per il Cagliari. Fabio Cannavaro e Sergio Ramos i miei riferimenti, mi riconosco molto nello spagnolo.

GR: Sono tifosissimo della Roma, in cui mio padre giocò a lungo. Totti è un idolo, mi piace molto Perotti.

DB: Seguo la Roma, i miei riferimenti sono mio padre e mio fratello anche se lui gioca in un ruolo più offensivo.

Pensi che oggi sia un po’ più semplice per i giovani italiani trovare un posto in squadra?

AA: Fino a qualche anno fa la situazione non era affatto semplice e mi ero anche un po’ scoraggiato. Vedere adesso molti giovani italiani giocare regolarmente in Serie A e B mi spinge a dare il doppio di quello che avrei dato normalmente, è uno stimolo per tutti.

GR DB: Le cose stanno pian piano migliorando, ma siamo lontani dagli standard europei. In Inghilterra un ragazzo del ’98 è già titolare nella Premier. Fortunatamente qui in Serie D è più semplice per noi trovare spazio, le società credono nei giovani.

Qual è il tuo rapporto coi tifosi? Ti hanno dato qualche soprannome?

AA: A Ravenna i tifosi mi chiamavano “Psycho” perché quando mi arrabbio in campo cambio proprio espressione, e faccio davvero paura! Proprio come mio padre, anche se siamo tutti e due buoni.

GR: ho un bel ricordo dei tifosi del Barletta ma non mi hanno mai dato un soprannome.

DB: no nessun soprannome al momento, aspetterò di sentirne uno!