“Quando allenavo io cercavo prima gli uomini e poi i calciatori. La testa viene prima delle gambe e dei piedi”. Impossibile non essere d’accordo con Arrigo Sacchi, uno che di calcio probabilmente qualcosa se ne intende. Leggevo questa intervista uscita qualche tempo fa per Gazzetta dello Sport sul suo lavoro ai tempi del Milan e mi ha sorpreso non poco questa sua affermazione, quando all’epoca aveva la possibilità di farsi acquistare tutti i campioni che voleva.
Il calcio non è solo la partita, correre sull’erba o la gioia di un gol. Dietro i successi di ogni squadra ci sono le doti umane e morali del gruppo, e ogni calciatore, a suo modo, se ne fa carico e responsabilità. Da pochi giorni si è concluso il primo raduno della Rappresentativa a Selvazzano, sono stati due giorni importanti per me e lo staff per valutare alcuni ragazzi dell’area nord che abbiamo visionato nella prima parte di campionato. Sono tutti molto giovani, alcuni di loro hanno solo 16 o 17 anni. E’ stato bello vedere nei loro occhi la gioia per la convocazione, un piccolo premio alle belle prestazioni che stanno offrendo in campo. E’ ancora troppo presto per fare bilanci, da qui a marzo avremo la possibilità di vederne tanti altri ma sono convinto riusciremo a tirar su bel gruppo da portare a Viareggio. Sta a loro dimostrarmi di meritare un’altra convocazione ricordando che in questa Rappresentativa non contano solo le doti tecniche ma sopratutto quelle umane.
Dopo il primo allenamento di martedì scorso ci siamo ritrovati con tutta la squadra in hotel per una riunione, è stata un’occasione per presentarci e spiegare cosa questa Rappresentativa ha fatto negli anni e dove alcuni ragazzi come loro e con gli stessi sogni sono arrivati oggi. Usare le giuste parole è uno dei compiti più difficili per un allenatore, quello che mi premeva fargli capire è che prima di essere uomini di successo bisogna essere uomini di valore. Impegno, determinazione e soprattutto il rispetto sono i tre concetti sui quali insisto di più. Anche il modo con cui un calciatore si siede e si comporta a tavola può essere indicativo da questo punto di vista. Il rispetto e l’educazione non devono mancare mai in una squadra. E’ ovvio che non si cerca un gruppo di santi, ci mancherebbe. Tuttavia, soprattutto pensando una competizione come la Viareggio Cup dove il tempo per creare questo gruppo è assai limitato, ho bisogno di avere con me dei ragazzi intelligenti e di principi sani che sappiano stare insieme, e che insieme pensino da squadra. Voglio vedere giocatori innamorati di questo sport pronti ad ascoltare e a buttare l’anima in campo. Prima di ogni convocazione, specie per quelle definitive, cerco di capire insieme al mio staff se effettivamente queste cose ci sono nei profili individuati, è fondamentale per tirare fuori il meglio del calciatore.
Faccio un esempio con un aneddoto. Ero nelle giovanili della Roma e ogni giorno dopo la scuola prendevo un autobus per andare agli allenamenti, erano circa 35 chilometri. Una volta capitò di saltarne uno per sciopero dei mezzi, allora chiamai da una cabina telefonica al campo per avvertire il mister, si chiamava Orlando Di Nitto, che mi rispose <<tranquillo, nessun problema>>. La domenica della partita partii dalla panchina, c’erano alcuni amici venuti a vedermi che iniziarono ad inneggiare il mio nome. L’allenatore li sentii e mi fece alzare, solo che il riscaldamento durò un tempo e mezzo e nemmeno entrai in campo. Quando mi ripresentai agli allenamenti dopo questo episodio, chiesi spiegazioni e Di Nitto disse <<potevi farti accompagnare dagli amici tuoi>>.
Una volta ti insegnavano a vivere prima che a giocare, adesso è tutto diverso. Una squadra era come una famiglia, lo spogliatoio sacro. Oggi invece molti usano i social per dire cose che dovrebbero rimanere lì dentro, anche persone a loro vicine entrano nel merito minando gli equilibri. Non vedo più il rispetto che c’era per i ruoli, i ragazzi, e a volte anche i genitori, hanno perso di vista questi valori. Un allenatore dovrebbe essere visto come un secondo padre, bisognerebbe ascoltarlo e seguirlo. Ricordo un episodio ai tempi in cui ad allenarmi era un certo Sonetti, quando si arrabbiava era capace di rincorrerti per tutto il campo per prenderti a calci. Allora mi martellava sempre per fare certi movimenti, così quando segnai in quel modo mi diede un calcio e mi disse <<hai visto?>>.
Credo che il rapporto coi ragazzi sia fondamentale, è necessario avere sia fermezza che tanta sensibilità. Purtroppo da selezionatore diventa più difficile non avendone uno quotidiano. Personalmente faccio il possibile per metterli a proprio agio, li incoraggio anche a sbagliare quando serve. Spesso sentono la necessità di dimostrare qualcosa di eccezionale venendo qui, tuttavia l’errore è qualcosa che aiuta il processo di crescita di un calciatore.
